3 dicembre 1906

L’atto di nascita ufficiale della squadra granata è datato 3 dicembre 1906. Giorno in cui, un pugno di appassionati della palla di cuoio, in una saletta del ristorante Fiorina (oggi Bar Norman), locale posto tra Via Pietro Micca e Via Botero, a un tiro di schioppo da Piazza Solferino, si riunirono per fondare una nuovo club di football per la città di Torino. Presidente fu eletto un tal Hans Schoenbrod, un gentiluomo svizzero, tarchiato e baffuto, che sapeva giocare a calcio e aveva disputato alcune partite con la Torinese, all’epoca uno dei migliori club di calcio del capoluogo piemontese. A lui poi si sono succeduti tanti e tanti presidenti, dal primo già nel 1907, Alfredo Dick, a personaggi illustri come il Conte Enrico Marone Cinzano, per arrivare al migliore di tutti, Ferruccio Novo, il Presidente del Grande Torino. Poi, in seguito, di presidenti al Toro ne sono arrivati molti, fino a che nel 1962 il club non è stato rilevato da Orfeo Pianelli, un imprenditore di origini lombarde, trasferitosi a Torino all’età di sedici anni, che si innamorò perdutamente della squadra granata e lo acquistò. Alla guida del Toro, Pianelli ci restò per quasi venti anni, lasciando la presidenza solo nel 1982, dopo una serie di lunghe diatribe con i tifosi granata. A lui si deve l’ultimo scudetto della squadra granata, stagione 1975/76. Dopo la sua gestione il Torino non è mai più riuscito ad avere un Presidente in grado di portare il glorioso club torinese ai vertici del calcio italiano. In seguito alla sua presidenza arrivò Sergio Rossi, un imprenditore piemontese, che riuscì anche a portare un Toro al secondo posto, stagione 1984/85, ma la magia di essere una Grande Squadra si era ormai persa. Dopo Sergio Rossi il Toro è diventato preda di scellerate figure, loschi imprenditori, prestanomi, arrivisti da quattro soldi, speculatori, fino ad arrivare alla conduzione di oggi, in mano all’editore Urbano Cairo, che ha rilevato il club dopo il fallimento avvenuto nell’estate del 2005.

4 maggio 1949

La Storia del Toro come tutti sappiamo è travagliata da tanti fatti, misfatti e tragedie. Il culmine della Storia del Torino Football Club è il 4 maggio 1949, quando un aereo che stava facendo ritorno da Lisbona, con a bordo l’intera squadra granata, precipitò su una collina torinese. Erano le 17.03 di un’uggiosa giornata primaverile, quando il velivolo condotto dal tenente colonnello Meroni si andò a schiantare sul muraglione del terrapieno della Basilica di Superga. Da quello schianto non si salvò nessuno, perirono tutti e 31 gli uomini che erano a bordo di quel Fiat G 212 della compagnia ALI, siglato I-ELCE. Morirono i dirigenti sportivi, morirono i giornalisti che erano al seguito della squadra e morirono Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola e Ossola, i protagonisti di una delle più grandi squadre che abbiano mai calcato i campi di gioco.

Il cuore Toro

La Storia del Toro è segnata dalla tragedia e a questo proposito vogliamo citare alcuni passi della poesia di un grande esponente della cultura piemontese, Giovanni Arpino, che poeticamente ha saputo rievocare cosa è stato quel Torino per il popolo granata.

Me grand Türin

(Il mio GrandeTorino)

Russ cume el sang
fort cum el Barbera
vöj ricordete adess, me grand Türin
An cuj ani ed sagrin
ünica e sula la tua blëssa j’era.

Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti ora, mio Grande Torino
in quegli anni di guai
la tua bellezza era unica e sola.

Vnisìo dal gnente, da guera e da fam,
tren da bestiam, téssere, galera,
fratej mort an Rüssia e partigian,
famije spantià, sperdüa minca bandiera.

I j’ero pòver, livid, sbarüvà,
gnanca un sold sla pel e per rüsché
it dovìe surié, brighé, preghé,
fin a l’ültima gussa del to fià.

Venivamo dal nulla, da guerra e da fame,
carri bestiame, tessere, galera,
fratelli morti in Russia e partigiani,
famiglie disperse, caduta ogni bandiera.

Eravamo poveri, paonazzi, spaventati,
senza un soldo addosso e per lavorare
dovevi soffrire, brigare e pregare,
fino all’ultimo tuo fiato.

Filadelfia! Ma chi sarà el vilan
a ciamelo un camp? J’era na cüna,
de speranse, ed vita, ed rinassensa,
j’era sogné, crijé, j’era la lüna,
j’era la stra dla nostra chërsensa.

It l’has vinciü el mund,
a vint ani it ses mort.
Me Türin grand
me Türin fort.

Filadelfia! Ma chi sarà il villano
a chiamarlo un campo? Era una culla,
di speranze, di vita, di rinascita,
era il sognare, gridare, c’era la luna,
c’era la strada della nostra crescita.

Hai vinto il mondo,
a vent’anni sei morto.
Mio Torino grande,
mio Torino forte.

15 ottobre 1967

Successivamente alla tragedia di Superga il Toro ha vissuto un’altra sciagura. Correva la sera del 15 ottobre del 1967. Dopo tanti anni la gente granata aveva trovato un giocatore in cui potere identificarsi. Un individuo scapigliato, che giocava al calcio in un modo spensierato e tremendamente bene. Più che un giocatore questo individuo era un simbolo per i giovani della generazione degli Anni Sessanta, per quelli che amavano non solo il pallone, ma la poesia del pallone. Costui all’anagrafe era segnato con il nome di Luigi Meroni, e come tanti protagonisti del Mondo granata anche lui proveniva dalla vicina Lombardia, precisamente dall’amabile cittadina di Como. Gigi Meroni, quel giorno, aveva dimenticato le chiavi di casa, così invece di rientrare immediatamente all’ovile, dopo la partita vinta con la Sampdoria per 4-2, andò a raggiungere la sua compagna Cristiana che sapeva essere in un bar della città. Attraversando il Corso Re Umberto una Fiat Coupé 124 lo investì, lui fece un gran balzo in avanti e andò a scontrarsi con una Lancia Appia che lo colpì in pieno, procurandogli un trauma cranico mortale. Alla guida di quella Fiat 124, c’era un tifoso granata, Tilli Romero, che nel 2000, trentatré dopo, diverrà Presidente del Torino Calcio e porterà per sua sventura la Società al fallimento.

L’ultimo scudetto

Le gioie, in questi 113 anni di Storia, non sono mai state molte per il tifoso del Toro, a parte il periodo di quel leggendario lustro del Grande Torino, non ci sono mai state fasi in cui il Toro è stato un grande protagonista del calcio nazionale o internazionale. Ha vinto un paio di scudetti prima della Seconda Guerra Mondiale, 1927/28 e 1942/43, poi c’è stato l’ultimo trionfo nella stagione 1975/76, in cui alla guida della squadra c’era il milanese Gigi Radice, dove il principale attore era un altro lombardo, il giocatore più amato dalla tifoseria granata di ogni epoca: Paolo Pulici. Dopo quel settimo scudetto il Toro è solamente più riuscito a mettere un suggello alla sua onorata Storia, con la conquista della Coppa Italia nell’anno 1993. Una finale indimenticabile in cui la squadra granata dopo aver vinto l’andata contro la Roma per 3-0, rischiò di farsi sfuggire la Coppa, perdendo nella Capitale per 5-2 con ben tre rigori fischiati contro.

Come piace cantare ai tifosi granata, il Toro non muore mai. E anche dopo un fallimento la speranza di vedere un Toro risalire agli onori nel Mondo, non sopisce mai.

Lo stemma ovale
ce l’hanno ucciso
ma con lo scudo
siamo rinati
da 100 anni
non ci arrendiamo
perchè noi siamo
Torino FC

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