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Baja 1000, polvere, sudore e sombrero

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Correre nel deserto non è un’impresa da poco, questo si sa. E correre nel deserto, con temperature pazzesche, giorno e notte, senza fermarsi (quasi) mai, è una vera e propria impresa. Questa impresa esiste davvero: è la Baja 1000, la gara di fuoristrada più folle e impegnativa del mondo.

Nata da mille record

La Baja 1000 nacque per caso, negli anni sessanta. Jack McCormack e Walt Fulton erano gli importatori della Honda negli Stati Uniti, e stavano cercando un percorso impervio per testare l’affidabilità delle moto giapponesi. Chiesero aiuto a Bud Ekins, noto stuntman e pilota ufficiale Triumph, il quale gli indicò la Carretera Federal 1, l’autostrada che collegava la penisola messicana della Baja California da nord a sud. Quella strada era molto accidentata, polverosa e piena di fossi e macigni: era perfetta per un test di resistenza. Nel 1962, Dave Ekins, fratello di Bud, guidò una CL72 Scrambler per quasi mille miglia (1600 Km), da Tijuana a La Paz, in poco più di 39 ore. L’evento fu seguito da alcune riviste, che diedero grande eco mediatica all’impresa. Era il 1962.

Ritorna il Ford Bronco, competitor di lungo corso alla Baja 1000.

Cinque anni più tardi, Bruce Meyers replicò l’impresa di Ekins, battendo il suo tempo di ben cinque ore. Il tentativo dell’inventore del dune buggy fu seguito dalla celeberrima rivista Road And Track, cosa che diede lustro al difficile percorso messicano e fece nascere voglia di avventura. E fu così che Ed Pearlman, il quale aveva a sua volta tentato la traversata, ebbe l’idea di organizzare una gara di rally su quel percorso. Insieme ad altri soci, fondò la National Off Road Association (NORRA) ed inaugurò, nell’ottobre 1967, la Mexican 1000. La prima edizione fu un successo strepitoso, con centinaia di auto e moto iscritte.

Tuttavia, la crisi energetica del 1973 pose fine alla Mexican 1000, cancellata per l’anno dopo. Comunque, il governatore della Baja California Milton Castellanos decise di salvarla, organizzando una gara alternativa sul medesimo tracciato, la “Baja Mil”. In seguito chiese aiuto alla SCORE International del compianto Mickey Thompson per gestire meglio l’evento, dando inizio alla Baja 1000 che conosciamo oggi.

Oggi questa corsa attrae centinaia di piloti da tutto il mondo, soprattutto dagli USA.

Una Dakar tutta d’un fiato

La Baja 1000, per la sua durezza e per lo spirito di avventura, viene paragonata spesso alla Dakar. Il confronto non è poi così sbagliato, ma ci sono delle differenze che vanno prese in considerazione. La Dakar è una gara lunghissima, spietata, ma spezzettata in due settimane, complici anche i trasferimenti da una speciale all’altra. La Baja, invece, si corre tutta in una volta: una volta dato il via, i piloti attraversano a manetta il deserto, giorno e notte, fermandosi solo per i rifornimenti e cambi eventuali. I piloti e i navigatori, dunque, devono affrontare una fatica immane, e non è raro che più equipaggi si dividano il lavoro. Non ci sono trasferimenti, e nemmeno l’assistenza: se si rompe la macchina, devi cavartela da solo. Oppure sperare che qualcuno si fermi a darti una mano…

Cameron Steele, vincitore della Baja 1000 2018.

Il percorso di gara varia di anno in anno, così come la lunghezza (da 600 a 1000 miglia) ela tipologia dello stesso. Per quest’anno, ad esempio, la gara è di tipo “Loop Race”, cioé si parte e si arriva nello stesso punto, la città costiera di Ensenada. In altre occasioni si è optato per una “Point to Point”, un più classico percorso lineare in cui si parte da un luogo (Ensenada, Tijuana o Mexicali) e si arriva in un altro (generalmente, La Paz). Il tutto viene preceduto da una manche di qualificazione, che si svolge su una pista sterrata allestita all’interno del Las Vegas Motor Speedway.

Alla Baja 1000 si può correre con qualunque mezzo, come dimostrano la miriade di classi in cui è suddiviso il parco partenti. Si va dai poderosi Trophy Truck, veicoli appositamente studiati per le corse, con motori V8 da oltre 800 CV, telai tubolari e sospensioni dalle escursioni esagerate, ai SUV e pick up derivati più o meno strettamente dalla produzione di serie. Fino ad arrivare a maggiolini super modificati (Baja Bug) oppure di serie, e alle moto derivate dal cross o da enduro.

Così nel 2019

Quest’anno si è disputata la cinquantaduesima edizione della Baja 1000, ma è solo la terza in cui vincono i padroni di casa. Non ci crederete, ma vedere un pilota messicano trionfare a pochi passi dal proprio giardino è merce rara qui. Per questa ragione, il trionfo della famiglia Ampudia, originaria proprio della Baja California, ha un sapore particolarmente dolce. Se poi aggiungiamo che l’edizione di quest’anno è stata massacrante, con le piogge torrenziali che hanno trasformato molti percorsi in un mare di fango, la gioia è doppia. Alan e Aaron Ampudia si sono alternati al volante di un Ford Raptor Trophy Truck, con il quale hanno completato le 800 miglia del percorso ad anello in 16h10’36”, alla media di quasi 50 miglia orarie (80 Km/h). L’altro fratello, Rodrigo Ampudia, ha servito da navigatore in questa operazione “tutta in famiglia”.

Il secondo gradino del podio è occupato da due stelle internazionali, Nasser Al-Attiyah e Toby Price. Il principe del Qatar, plurivincitore della Dakar, ha sostituito all’ultimo l’infortunato Jesse Jones al volante di un altro Trophy Truck Ford. Price, anche lui edito della Dakar ma con le moto, ha letto le note a Nasser. Terza posizione per il veterano Andy McMillin, in coppia con Andy Roessler, distanziato di 27 secondi dai “dakariani”.

La parata di stelle ha visto la leggenda dell’offroad Rob MacCrachen concludere quinto assoluto, precedendo di due piazze l’altrettanto leggendario Ryan Arciero. Sesto e primo della classe Trphy Truck Spec è AJ Jones, il quale ha battuto Sara Price, una delle poche donne in gara. A questa categoria appartiene anche Jenson Button, al debutto nelle gare di fuoristrada. L’iridato di F1 2009 è rimasto fermo in mezzo al deserto per una notte intera a causa di un problema al differenziale. Ritirato anche il pilota IndyCar Alexander Rossi, cappottato con il suo Honda Ridgeline Classe 7 nelle fasi iniziali della corsa.

Tutte le classifiche le trovate a questo link.

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Riccardo Trullo
Aspirante giornalista sportivo e membro orgoglioso della famiglia Periodicodaily. La mia specialità è il motorsport, in particolare la MotoGP ed il panorama americano di NASCAR, IndyCar, IMSA. Non disdegno la F1, campionato che seguo da una vita. E già che ci sono, butto un occhio nel settore delle auto di serie.

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