indianapolis 500 1911 marnon wasp ray harroun
La Marmon Wasp vincitrice della corsa. By The359 - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2203334

Con il 1911, la Indianapolis 500 da il via alla sua lunga tradizione. Tra le corse più antiche al mondo, assieme al GP d’Italia a Monza, la celebre festa sul catino dell’Indiana, “The Greatest Spectacle in Racing”, come la chiamano gli americani, è oggi parte integrante della cultura statunitense. Ma come nasce la leggenda? Ecco a voi la cronaca della prima edizione della corsa che molti ritengono la più importante al mondo.

Le origini del mito

Questa storia comincia con un antefatto. Nell’ottobre 1904 le case automobilistiche americane escono duramente sconfitte dalla Vanderbilt Cup, competizione che si disputava a Long Island. La colpa di questa disfatta viene attribuita alla mancanza di una pista di prova per collaudare vetture sempre più veloci. Le strade pubbliche, in genere impiegate a tale scopo, non erano più adeguate.

Carl A. Fisher, un imprenditore di Indianapolis, ha l’idea di colmare questo vuoto, realizzando un circuito lungo tra le tre e le cinque miglia. Ha però un problema: non trova un terreno sufficientemente ampio per realizzarlo. Dopo tre anni di duro lavoro, e grazie alle sue conoscenze nel settore dell’auto, Fisher riesce ad ottenere un terreno di 80 acri distante appena cinque miglia dalla città. Fonda una società, la Indianapolis Motor Speedway Company, e raccoglie fondi per la realizzazione dell’impianto. I soci sono James A. Allison, fondatore dell’azienda omonima produttrice di motori aeronautici; Arthur Newby, presidente della National Motor Vehicle Company e Frank Wheeler, coproprietario della Wheeler-Schebler Carburetor Company. I soci incaricano l’ingegnere P.T Andrews di disegnare la pista, un quadriovale da 2.5 miglia. Il progetto originale di Fisher è stato abbandonato: non c’era spazio sufficiente per le tribune.

Lo Speedway viene completato nel 1908. La pavimentazione era composta di un misto di roccia tritata, catrame e macadam, che però è inadeguato alle veloci vetture da competizione. Dopo un luttuoso incidente nel 1909, lo strato originale viene accantonato in favore di una superficie di 3.200.000 mattoni. Lo strato originale è tuttora presente, sotto forma di striscia che attraversa l’impianto per tutta la sua larghezza (Brickyard, foto sotto). Si dice che baciarla porti fortuna!

The Greatest Spectacle in Racing

Tra il 1908 ed il 1910, il circuito di Indianapolis organizza molte gare di auto, di lunghezza diversa. Il programma attirava il pubblico, ma proprio nell’ultimo anno i padroni si accorgono di un forte calo di affluenza. La causa principale viene attribuita proprio all’eccessivo numero di gare, che disperdono il pubblico. Per questo motivo, essi decidono di organizzare un’unico, grande, evento, che attiri più gente possibile.

Inizialmente, almeno secondo la stampa dell’epoca, i soci sembrano orientati verso una gara di durata, di 1000 miglia o di 24 ore. La tecnologia dell’epoca consente gare tanto lunghe, ma il timore è che i tifosi possano scappare…per la noia! La proposta quindi è scartata.

Alla fine, si pota per una gara sprint. La lunghezza deve essere tra le 300 e le 500 miglia, da correre in una fascia oraria che varia dalle 10 del mattino al tardo pomeriggio. Manca un ingrediente fondamentale alla ricetta: quale data scegliere?

La proposta iniziale, quella di correre in piena estate, viene scartata a priori. Il clima è troppo caldo per convincere gli spettatori a starsene seduti in tribuna. In secondo luogo, l’estate è tempo di vacanze, e in famiglia sono le donne ad organizzare le gite fuori casa. E non comprendono quasi mai gli eventi sportivi!

Si opta quindi per il mese di maggio. Perché maggio? Perché l’ultima domenica del mese è il Memorial Day, il giorno dedicato ai caduti di tutte le guerre. E’ un giorno festivo, quindi è l’ideale per riempire l’autodromo come un uovo. Inoltre, è l’ultimo mese di primavera, quando gli agricoltori si fermano per due settimane per far seccare l’erba e produrre il fieno. Essendo l’Indiana uno stato prevalente agricolo, maggio rappresenta il momento ideale per attrarre il pubblico locale!

L’Indianapolis 500 1911 è stabilita per il 31 maggio. Dal primo del mese i soci organizzano diverse giornate di prove, per permettere a team e piloti di prendere confidenza con la nuova pavimentazione. La tassa d’iscrizione è molto elevata (500$ dell’epoca), per evitare l’ingresso di team poco preparati. Il montepremi è da capogiro: 25000$!

Indianapolis 500 1911: Team e piloti

La prima edizione della 500 miglia di Indianapolis conta 46 vetture, con piloti provenienti da tutti gli Stati Uniti e dall’Europa. Molti degli iscritti rappresentano ufficialmente le case americane dell’epoca, come Marmon, Lozier, Jackson, Cole, Buick. Presenti anche le Mercedes, le Benz e le Fiat, ma in forma privata: per vedere un costruttore ufficiale del vecchio continente dobbiamo aspettare il 1913, quando debutta la Peugeot.

Le vetture dell’epoca sono una versione esasperata delle auto che circolano su strada. Siamo ancora lontani dagli anni delle gallerie del vento, materiali compositi e studi aerodinamici al computer. Si parte da un concetto stradale, lo si estremizza, e si è pronti per correre. L’unica cosa da tenere d’occhio è il limite di cilindrata, fissato a 9.8 litri. Sul fronte motore, si attinge dalla produzione stradale, migliorandolo in ogni modo possibile.

Fin dalle origini, Indianapolis ha sempre incoraggiato l’uso di motori derivati dalla serie. Con l’avvento dei propulsori specialistici a partire dagli anni ’60, i gestori hanno compilato una serie di correttivi per permettere alle unità stradali di continuare a competere. i risultati sono stati vari, e non sono mancati episodi al limite. In questo articolo approfondiamo l’argomento, fornendovi un esempio.

Ralph De Palma nel 1920.

Sul fronte piloti, i nomi grossi delle corse USA sono al completo. Ray Harroun, pilota e ingegnere ritiratosi nel 1910, ritorna una tantum per guidare la Marmon ufficiale, che per il suo colore giallo assume il nome di Marmon Wasp. Ralph Mulford rappresenta la Lozier, mentre Howdy Wilcox difende i colori della National Motor Company. Wilcox vincerà l’edizione del 1919. Presente anche David Bruce-Brown, al volante di una Fiat. Bruce-Brown è noto per i suoi legami di parentela con la famiglia di Theodore Roosevelt. Johnny Aitken, nativo proprio di Indianapolis, è alla prima delle sue tre partecipazioni alla gara “di casa”.

I piloti europei non sono numerosi, ma sono degni nota. Gil Andersen, nato in Norvegia, si presenta in pista al volante di una Stutz. Raffaele “Ralph” De Palma, di origine pugliese ma residente negli USA in pianta stabile, è pilota ufficiale della Simplex Motor Company. Presenti i fratelli Arthur e Louis Chevrolet, emigrati dalla Svizzera, entrambi rappresentanti della Buick. Solo Arthur prenderà il via alla gara, mentre Louis ritira la propria iscrizione. Nello stesso anno fonderà la casa costruttrice che porta il suo nome, assieme a Willam Crapo “Billy” Durant. Che è anche il fondatore della General Motors, di cui la Buick fa parte.

Indianapolis 500 1911: la cronaca

Le prime tre settimane di maggio sono tutte dedicate alle prove libere, una tradizione che prosegue ancora oggi. Le sessioni di qualifica si svolgono il 27 e il 28 maggio, ma non decidono la griglia di partenza. L’ordine, infatti, è stabilito in base alla data d’iscrizione: chi s’iscrive prima, parte davanti. Le qualifiche servono soltanto a stabilire chi è in grado di mantenere una velocità sufficiente a poter correre. Il regolamento stabilisce una media minima di 75 mph (121 Km/h) per poter entrare nello show. 40 dei 46 iscritti alla gara riescono a superare tale barriera.

Il 31 maggio 1911, davanti ad una folla di 85 mila spettatori, la prima Indianapolis 500 ha finalmente inizio. Il pubblico sulle tribune e gli addetti della stampa assistono per la prima volta nella storia ad una partenza lanciata dietro la pace car. Una Stoddart-Dayton accompagna le 40 vetture verso la bandiera verde, ad un passo di appena 40 mph (64 Km/h). Il pilota è lo stesso Carl Fisher, il quale è anche proprietario della vettura (è la sua auto di tutti i giorni!).

La gara è lunga (6 ore e 40 minuti), ma anche spettacolare (sette cambi di leader). Ray Harroun, partito 27esimo, risale la china con una tattica semplice ma efficace. Egli decide di mantenere un passo costante, sulle 70 mph (112 Km/h), per risparmiare gomme e carburante. All’epoca cambiare le gomme è un’operazione lunga e faticosa, quindi meno soste si fanno, meglio è.

Ray Harroun.

Con questa tattica, ed un paio di bandiere gialle, Harroun arriva a contendersi la leadership con Mulford, De Palma, Aitken e Bruce-Brown. Harroun cede il posto a Cyrus Patchke per 35 giri, poi riprende il volante e conduce 88 dei 200 giri in programma. Il pilota ingegnere vince la gara con 1 minuto e 48 secondi di vantaggio su Mulford, con il quale ha dato vita ad un acceso duello. De Palma finisce in terza posizione. Il pugliese sfiorerà la vittoria nel 1912 e la centrerà nel 1915, ispirando con le sue gesta la carriera di un giovanissimo Enzo Ferrari.

La prima 500 miglia della storia è infarcita anche da polemiche. Gli avversari contestano la decisione di Harroun di correre senza un meccanico a fianco, una pratica comune all’epoca. Il pilota della Marmon opta per rinunciare al secondo sostituendolo con uno specchietto retrovisore, un’innovazione in quegli anni. Secondo molti non è legale, ma il regolamento non lo vieta espressamente, quindi è ok.

La seconda polemica riguarda l’arrivo. Si racconta che Ralph Mulford abbia contestato la vittoria di Harroun, sostenendo di averlo doppiato quando questi è dovuto rientrare per cambiare una ruota bucata. Tuttavia, molti hanno fatto notare che anche Mulford si è dovuto fermare per lungo tempo, complice una ruota rimasta incastrata nel mozzo. La vittoria di Harroun è dunque confermata.

La polemica, dunque, è un nulla di fatto. Tra l’altro, lo storico d’Indianapolis Donald Davidson ha messo in discussione la veridicità della polemica: dagli archivi ufficiali non risulta nessun reclamo. Non solo: Mulford si è anche congratulato pubblicamente con Harroun per la vittoria, lasciando intendere che avesse accettato il risultato. Probabilmente, si tratta di una storia montata ad arte da qualcuno che, a posteriori, ha messo in dubbio la legittimità del successo della Marmon Wasp.

La Indianapolis 500 1911 è l’ultima gara in carriera di Ray Harroun: subito dopo aver scritto la storia, il pilota ingegnere annuncia il ritiro.

La classifica ufficiale della gara è disponibile a questo link, direttamente dall’archivio dell’Indianapolis Motor Speedway.

Una storia lunga più di un secolo

Nel 2011, la 500 miglia di Indianapolis ha compiuto 100 anni. Nel 2016 si è svolta la 100esima edizione. Ne è passata di acqua sotto i ponti!

Dai mattoni si è passati all’asfalto, dalle vetture “a sigaro” biposto siamo passati alle monoposto in carbonio, dai 100 Km/h scarsi di media siamo arrivati a superare i 370. Ma la tradizione, o legacy per usare un termine anglofono, è sempre la stessa. E’ una di quelle esperienze da provare almeno una volta nella vita. E’ uno di quegli eventi destinati a durare in eterno.

Il prossimo 23 agosto la 500 miglia di Indianapolis disputerà la sua 104esima edizione. Prossimamente su questi schermi.

Commenti
Please follow and like us:
Tweet 20
fb-share-icon20