james hunt

Londra, giugno 1993. Un uomo stava giocando a biliardo con un suo amico. Si trattava di una specie di addio al celibato: poco prima, l’uomo aveva chiesto la mano via telefono alla sua donna. Ad un certo punto, però, l’uomo smise di giocare. “non mi sento bene“, gli disse, e rientrò a casa sua, a Wimbledon. Il giorno dopo venne ritrovato morto sul suo letto, con il telefono in mano: aveva cercato di chiamare i soccorsi. La causa del decesso fu un attacco cardiaco. Quell’uomo era James Hunt.

Finisce nella maniera più triste e tragica la vita di una leggenda della Formula 1, un pilota che ha fatto la storia dello sport. Non solo con il suo talento in pista, che gli valse il titolo mondiale nel 1976, ma anche al di fuori. La sua personalità da “bello e maledetto”, il suo girare a piedi nudi o circondato da belle ragazze, il suo vizietto per l’alcool e la passione per la vita mondana, sono solo alcuni degli aspetti della figura di Hunt. “aveva un carattere complesso“, disse una volta Murray Walker, che lavorò con James in cabina di commento per più di 16 anni.

In occasione dell’anniversario della sua nascita, vi raccontiamo la vita e le opere di James Hunt.

James Hunt, gli inizi

Doveva fare il dottore, James Simon Wallis Hunt, nato il 29 agosto del 1947. E invece, questo biondino di Belmont amava fare lo sportivo. Calcio, sci, tennis, cricket: Hunt provò di tutto, con risultati anche buoni. Finché un giorno, nel 1965, accompagnò il fratello di un amico a Silverstone, dove stava disputando una gara nazionale a bordo di una Mini. E fu così che James s’innamorò dell’automobilismo sportivo.

Cominciò a correre con le Mini nel 1968, autofinanziandosi con i soldi guadagnati lavorando per una compagnia telefonica. L’anno dopo debuttò nella Formula 3, gareggiando con la Gowdings of Reading. Con quella che fu la prima scuderia con cui corse, Hunt vinse diverse gare, e si piazzò bene nelle altre. Questo gli valse il Grovewood Awards come uno dei tre piloti più promettenti dell’automobilismo britannico.

Accanto al talento mostrò anche la tendenza ad una guida aggressiva e spericolata, costellata anche da incidenti. Una tendenza che gli valse il soprannome di “Hunt the Shunt”.

Comunque, le sue preformance gli valsero un contratto con la squadra ufficiale March per il 1972. Si trattava di un grande passo in avanti per la sua carriera, essendo che all’epoca la March era il più grande costruttore di auto da corsa al mondo.

Con il suo primo ingaggio da ufficiale, Hunt fece il primo podio a Mallory Park, salvo poi venir squalificato per irregolarità tecniche. Si rifece a Brands Hatch, dove raccolse un quarto ed un quinto posto, ed a Mallory Park, dove ritornò sul podio dopo un bel duello con il compianto Roger Williamson. A fine stagione, la doccia fredda: la March lo scaricò senza troppe spiegazioni, ingaggiando al suo posto Jochen Mass.

Hunt allora provvide con mezzi propri. Contro il volere della March, all’epoca diretta dal futuro presidente FIA Max Mosley, Hunt s’iscrisse al GP di Monaco di F3 con una vettura privata, schiantandola contro due vetture nel giro di riscaldamento. Si presentò al via con un’altra monoposto, per gentile concessione di Jean-Claude Alzerat.

Il binomio con Hesketh

Quando la sua carriera sembrava destinata a rimanere nel limbo, ecco che per James Hunt arriva l’occasione d’oro, quella che lo portò direttamente all’olimpo della formula 1.

Lord Thomas Alexander Fermor-Hesketh, terzo barone di Hesketh, era un giovane aristocratico eccentrico in cerca di nuove avventure. Aveva un team in F3, ma non era soddisfatto dei risultati ottenuti. Era intenzionato ad alzare l’asticella, puntando direttamente alla massima categoria. Acquistò una March 731, ingaggiò un ingegnere di grandissimo talento come Harvey Postelthwaite (che avrebbe lavorato anche in Ferrari, ngeli anni ’80), e si mise a cercare un pilota tanto veloce quanto…bizzarro. James Hunt si rivelò la figura ideale.

Correva l’anno 1973. Hunt ed Hesketh si presentarono al via con una monoposto bianca, con la Union Jack in bella vista ed un orsacchiotto con il casco, simbolo del team. La vettura si rivelò sorprendentemente competitiva, a tal punto da surclassare la March ufficiale. Il miglior risultato di stagione fu il secondo posto a Watkins Glen.

Per il 1974, Hesketh incaricò Postelthwaite di progettare una monoposto che sarebbe stata costruita nel suo garage. La Hesketh 308 si rivelò una buona macchina: nel primo test di Silverstone, Hunt la trovò più stabile della March. La stagione fu di alti e bassi, ma le prestazioni c’erano. In Argentina James era in testa prima di farsi superare da Ronnie Peterson e girarsi. In Sudafrica era quinto prima di essere mollato dalla trasmissione. Ebbe anche la gioia della prima vittoria, all’International Trophy di Silverstone. Peccato che fosse una gara show, non valida per il mondiale. Ma che importa!

Oltre ai successi, Hun ed Hesketh portarono uno stile nuovo alla F1. In un ambiente che stava scoprendo il professionismo, Hunt andava in giro per il paddock a piedi nudi, senza maglietta e spesso circondato da belle ragazze. Lord Hesketh sfruttava i weekend di gara per organizzare feste glamour, con tonnellate di ospiti, balli e tanto champagne. La parola d’ordine era divertirsi, e distinguersi dalla massa. E la cosa saltò all’occhio al resto del circus, che non li prendeva sul serio.

Ma il team andava anche forte. Molto forte. Lo dimostrò nel 1975, quando con una monoposto matura e l’inossidabile Cosworth DFV, Hunt ottenne la sua prima vittoria a Zandvoort. Seguirono altri due podi in Francia ed in Austria, che valsero all’inglese il quarto posto nel mondiale piloti. Mica male, però!

Alla fine del 1975, le strade di James e di Lord Hesketh si separarono. Hunt firmò con la McLaren per prendere il posto si Emerson Fittipaldi, mentre il barone chiuse il team per problemi economici. La scelta di correre senza sponsor si rivelò sbagliata, visti gli enormi investimenti richiesti dalla F1.

In seguito, Hesketh si dedicò ad altri progetti. Provò a costruire una motocicletta, senza successo, per poi ricevere la vista di Margaret Thatcher in cui gli disse che non poteva esimersi dall’impegno politico. Oggi è parlamentare dello Ukip, il partito di destra fondato da Nigel Farage.

Il titolo in formula 1 e la rivalità con Lauda

Con la McLaren, Hunt ebbe l’opportunità di potersi giocare il titolo mondiale. Tuttavia, doveva superare un ostacolo non di poco, che di nome faceva Niki Lauda.

Il veloce austriaco, scomparso lo scorso anno, era la punta di diamante della Ferrari. Lui e James si erano già scontrati in passato, e quando erano in pista assieme non si risparmiavano. Ciò faceva pensare ad una rivalità feroce anche fuori dal tracciato, ma in realtà i due erano grandi amici. Condividevano persino lo stesso appartamento, prima che Hunt si trasferisse in Spagna convivendo con un altro campione del mondo, Jody Sheckter, anche lui grande amico di Hunt.

I due amici rivali si contesero il mondiale di Formula 1 nel 1976. I primi nove GP furono a vantaggio di Niki, che contava cinque vittorie, due secondi, un terzo posto ed un solo ritiro. Hunt, invece, aveva dalla sua solo due successi (Spagna e Francia), un secondo, un quinto posto e quattro ritiri. Il campionato sembrava a senso unico.

Poi, si arrivò al GP di Germania, sul temibile Nordschleife. Al terzo giro, Lauda perse il controllo della Ferrari e finì violentemente a muro. Rimase intrappolato nella vettura, avvolta dalle fiamme. Grazie all’intervento tempestivo di Arturo Merzario e Guy Edwards, Lauda fu estratto dalla Rossa, ma al suo arrivo in ospedale le condizioni erano critiche. Le ustioni ricoprivano quasi tutto il corpo, con il volto sfigurato. La sua vita era in pericolo.

L’incidente di Lauda riaprì il discorso iridato. Hunt vinse la gara del Ring, fece quarto in Austria e vinse di nuovo in Olanda. Aveva il titolo in pugno perché Lauda, seppur miracolosamente sopravvissuto, non aveva modo di rientrare. Oppure si?

E infatti, dopo appena 42 giorni di degenza, Niki si ripresentò al via a Monza. E fece pure un podio tre gare dopo, a Watkins Glen!

La sfida mondiale si giocò nell’ultimo GP della stagione, al Fuji. Sotto una pioggia torrenziale, Lauda e molti altri non volevano partire, ma Bernie Ecclestone alla fine convinse tutti. Dopo tre giri, il viennese rientrò ai box volontariamente. A causa delle ustioni, non riusciva a chiudere le palpebre, e in più si era insinuata in lui la paura di morire.

La competizione tra Hunt e Lauda ha ispirato il film “Rush“, diretto da Ron Howard.

Con il ritiro di Lauda, Hunt doveva arrivare terzo per conquistare il titolo. Ci riuscì con due sorpassi azzardati, ma la scarsa visibilità non gli fece accorgere di nulla. Anzi, rientrò ai box infuriato con la squadra, perché non lo aveva fatto rientrare per il cambio gomme. Era convinto che il mondiale fosse perso. Quando Teddy Mayer gli svelò la verità, Hunt festeggiò alla sua maniera. Come dire..”sesso, droga e rock&roll”!

Dopo il titolo mondiale, Hunt rimase con la McLaren per altre due stagioni. Il 1977 fu costellato di tre vittorie, altri due piazzamenti sul podio ma anche di episodi controversi. In Sudafrica, ad esempio, fu perquisito perché sospettato di trasportare droga nella sua valigia. Risultò pulito, ma nel bagaglio fi ritrovata una multa per atti osceni in luogo pubblico. In Canada si scontrò con Jochen Mass, prendendosi una multa per aver spintonato un commissario. Hunt non si smentiva mai.

Ma James era anche capace di fare buone azioni. In una gara di Formula Atlantic, venne battuto da un giovane canadese di grande talento, di nome Gilles Villeneuve. Hunt rimase colpito dalle capacità del pilotia del Quebec, a tal punto da convincere il boss McLaren Teddy Mayer a dargli una chance a Silverstone. Villeneuve si ritirò dalla gara, ma conquistò gli sguardi tutti. In particolare quello di Enzo Ferrari, che decise di dare una possibilità a colui che chiamava “il Piccolo Canadese“.

Il 1978 fu un disastro totale per Hunt: zero vittorie, una carrellata di ritiri e soli 8 punti iridati. E provocò involontariamente l’incidente che costò la vita all’amico Peterson, anche se poi lo stesso Hunt diede la colpa ad un giovane Riccardo Patrese.

Nel 1979 lasciò la McLaren per trasferirsi alla Wolf. Per ingaggiarlo Walter Wolf aveva sacrificato il promettente Bobby Rahal, che correva per lui in Formula 2. Lo statunitense rientrò in patria, dove vinse tre titoli IndyCar e la 500 miglia di Indianapolis del 1986.

Con la Wolf, Hunt disputò solo i primi sette GP, per constatare che la monoposto del miliardario canadese non era competitiva. Dopo Monaco, infatti, annunciò il ritiro dalle corse: non aveva più voglia di guidare quelle monoposto con sempre più tecnica e sempre meno cuore. “Il pilota non conta più niente“, disse prima di andare via sbattendo la porta.

La carriera televisiva

Rimasto senza un soldo, James Hunt fu aiutato da alcuni amici, che gli trovarono un posto alla BBC. L’emittente pubblica britannica possedeva i diritti TV della massima formula, e serviva un commentatore tecnico che affiancasse Murray Walker. Era il 1980.

L’esordio televisivo di Hunt è circondato di aneddoti e leggende: si racconta, ad esempio, che si scolò due bottiglie di vino prima della prima diretta!

Vino o non vino, Hunt al microfono se la cavava bene come in pista. Si fece apprezzare non soltanto per la competenza tecnica, ma anche per il commento spesso colorito e tagliente. Ne sa qualcosa Jean Pierre Jarier, che Hunt definì in una telecronaca un “porco ignorante” per la sua tendenza a non dare strada al leader nei doppiaggi.

Non mancavano i litigi con i piloti per certe sue affermazioni. Ad esempio, nel 1989 sosteneva che René Arnoux avesse uno stile di guida inadatto alle vetture aspirate, opinione che il francese bollò pubblicamente come una “stronzata”.

Per tutti gli anni 80, Hunt e Walker divennero le voci della domenica degli appassionati britannici.

La vita privata di james Hunt

La vita personale di James Hunt fu persino più movimentata della sua carriera in pista. Amante della vita mondana, frequentava locali e discoteche fino a tarda notte, flirtando con donne diverse. Era anche un gran consumatore di alcool e, secondo alcuni, anche di droghe. Le sue…imprese sono avvolte nella leggenda, a mo’ di aneddoto. Impossibile sapere se fossero autentiche, ma sono diventate parte del suo istrionico personaggio.

Hunt è stato sposato due volte. La prima moglie fu la modella Suzy Miller, che conobbe nel 1974 in Spagna. Tra i due ci fu il proverbiale colpo di fulmine, ma l’incanto durò poco. Infatti, la Miller in seguito s’innamorò dell’attore Richard Burton, e chiese il divorzio ad Hunt. Fu lo stesso Burton a finanziare generosamente la separazione, alla modica cifra di un milione di dollari.

Sempre in Spagna, conobbe la seconda moglie, Sarah Lomax, nel 1982. Si sposarono l’anno dopo nel Wiltshire, e da questa relazione nacquero i due figli del campione del mondo, Tom e Freddie. Quest’ultimo ha seguito le orme del padre, diventando pilota.

Anche il matrimonio con la Lomax andò in frantumi. Nel 1989 la coppia divorziò dopo che Sarah aveva scoperto un tradimento da parte del marito. I due rimasero conviventi, per il bene dei figli.

L’ultima relazione è del 1993. Hunt aveva conosciuto in un ristorante Helen Dyson, che lavorava lì come cameriera. Il loro rapporto rimase nascosto ai più, perché i genitori di lei non lo vedevano di buon occhio (la Dyson era più giovane di Hunt di ben 18 anni). Grazie a Helen, Hunt riprese a vivere: voleva smettere di bere, vestirsi in manier più sobria, andare in bicicletta (anche perché era rimasto senza soldi!) e trascorrere più tempo co i figli. Ma anche questa gioia fu di breve durata, perché il suo corpo gli presentò il conto di anni di eccessi e trascuratezza.

E ritorniamo all’inizio. Hunt telefonò alla Dyson per chiederle di sposarlo, poi andò a giocare a biliardo con un amico. In preda ad un malore, rientrò a casa, dove il suo cuore cessò di battere all’improvviso. Era il 15 giugno del 1993. Appena due giorni prima, aveva commentato assieme a Murray Walker il GP del Canada.

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