A Torino, il 10 febbraio del 2006, cominciano le Olimpiadi Invernali ed una nuova era per la città.

Ci sono eventi. Ci sono città. Ci sono eventi in certe città. Ci sono città che hanno un dna e che si trovano a convivere con eventi. Era il 2006. Era il 10 febbraio. Era il giorno in cui, Torino, dava il benvenuto con la cerimonia di apertura, alle Olimpiadi Invernali. Ma facciamo un piccolo rewind e anche qualche piccola specifica che ci aiuta a capire dove ci troviamo.

Le montagne che cingono Torino, protagoniste delle Olimpiadi Invernali

Le foto, ci mostravano una Mole circondata da Alpi innevate, foto cartoline perfette, apprezzabili nei cinque continenti quanti sono i cerchi olimpici. La realtà ci parlava di una metropoli in affanno, ricca di storia Reale soffocata dalla recente realtà industriale che l’aveva dapprima sedotta e poi abbondonata. In questo doloroso passaggio, la Torino dei metalmeccanici strappati alle loro terre con il canto dello stipendio sicuro, si è scoperta essere al centro del mondo.

Le città ed il loro Dna

“Ci sono città che hanno un dna e che si trovano a convivere con eventi”, dicevamo ad inizio articolo. Milano, Roma, Venezia o Firenze…o molte altre città, avrebbero vissuto con una loro naturalezza ed esaltato il monocolo mondiale che stava per puntare il loro centro. Torino ha un suo dna. E’ una città dove eroe è stato Pietro Micca, uomo qualunque che ha sacrificato se stesso per rallentare un’invasione francese. E’ una città dove un arguto uomo, Cavour, ha pianificato la creazione di uno Stato e reso i Savoia regnanti d’Italia. E’ una città dove un astuto uomo dai modi eleganti, Agnelli, ha trasformato l’urbe in una metropoli.

Ma è la stessa città che, per essere diventata metropoli, ha assorbito miriadi di persone rinchiudendole in “villaggi” isolati dalla sua storia e che, come naturale conseguenza, ha creato bipolarismi sociali che in Curcio hanno trovato la sua massima espressione. Torino era una città con una storia fantasma fagocitata dalla era industriale.

Un passato dimenticato

Eppure, la Storia era lì, sotto i nostri nasi. Il centro, con le ampie vie ed i portici che ti conducevano, in carrozza, al Palazzo Reale. La collina, con la Villa della Regina. Oppure qualche chilometro fuori, con la Reggia di Venaria e la Palazzina di Stupinigi. La Storia era li, ma mai la Storia fu così fedele alla sua eccezione letteraria, puzzando di passato, di vecchio…di abbandono. Ad un certo punto, arrivarono le Olimpiadi, con tutto il suo baraccone di opinioni. Ma, volenti o nolenti, arrivarono.

La Storia si veste a festa

La Storia si veste a nuovo con abiti luccicanti, le piazze si illuminano di colori e bandiere e sotto i portici brulicanti di persone rimbomba l’inusuale idioma inglese. Sono arrivate le Olimpiadi ed il torinese, seppur stranito, comincia a vivere la città in un modo nuovo, sostituendo l’iniziale diffidenza all’entusiasmo.

Certo, entusiasmo pur sempre sabaudo, perciò pur sposando il motto dei giochi invernali “the passion live here” non dimentica la propria indole da “esagerume nen” e si gongola con discrezione nel piacevole stupore che il mondo prova nel conoscere quel tesoro nascosto che è stata la prima capitale d’Italia.

Piazza casteelo, la piazza delle cerimonie di premiazione

L’evento sportivo

A margine, anche un evento sportivo che coinvolge montagne e palazzetti nuovi di zecca. Ottanta paesi partecipanti con la Germania a farla da padrone con 29 medaglie, seguita dagli Stati Uniti con 25 e dall’Austria con 23. Per l’Italia sono 11 le medaglie, 5 delle quali hanno il prestigio di sentire cantare l’inno nazionale in Piazza Castello, piazza adibita alle cerimonie di premiazione. Per gli azzurri, le medaglie d’oro giungono da Fabris che ne vince due, una da solo ed una con l’inseguimento a squadre, da Di Centa, da Zoggeler e dalla staffetta maschile di sci nordico.

Le Olimpiadi conquistano la città

Come dicevamo però, l’evento sportivo è quasi a margine per la città che vive l’evento perchè le vere Olimpiadi trovano la massima espressione nella condivisione degli spazi, nella partecipazione eterogenea che permea l’aria e nel calore delle persone che scalda anche le temperature che, seppur invernali, vengono percepite come primaverili invitando la gente a scendere in piazza a divertirsi.

Però…esageruma nen!

Torino lentamente torna alla normalità ma da allora niente è più come prima nell’intimo del torinese che ha scoperto assieme al mondo la bellezza della sua città e della possibilità di rigenerare la propria economia con quello che aveva sempre messo da parte, il turismo. Ovviamente, senza lasciarsi trasportare da troppo entusiasmo perchè, comunque, ogni luogo ha un suo dna e per il piemontese l’”esageruma nen” non è una semplice locuzione dialettale.

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