Spesso accade di pensare a quanto il nostro calcio sia cambiato, sognando quei campioni che un tempo oltre ad essere icone di stile, erano paragonabili a degli dei. Sarà colpa della malinconia che ci rende tutto più epico e amaro o sarà perché il calcio che noi amiamo è rimasto intrappolato in un bolla temporale dal quale non può uscire. Già, una bolla temporale che intrappola tutti quei campioni che abbiamo ammirato, temuto, amato. Una bolla che per tutti gli italiani ha il volto di Roberto Baggio. Perché Baggio? La risposta è scontata: perché è stato il giocatore italiano più forte di sempre; scontata ma vera. Perché…trovatemi voi un uomo che gioca per Fiorentina, Juventus, Milan ed Inter e non viene mai fischiato. Trovatemi voi un ragazzo che sbaglia un rigore in una finale mondiale rendendo quel momento degno di essere inserito in una tragedia greca. Trovatemi voi un giocatore che le nuove generazioni conoscono tramite canzoni e citazioni, contribuendo a dare un’ immagine di lui paragonabile a quella del Messia. Purtroppo come il Messia, Baggio non tornerà. Da quel 16 Maggio del 2004, Baggio ha deciso di porre fine al capitolo più poetico della sua vita. Un capitolo di speranze, sogni, sommosse, trofei, delusioni,sconfitte e riscatti. Sarà proprio questo che l’ha reso immortale. Un pò come Achille, il suo nome vivrà per sempre; le grandi battaglie dell’eroe greco possono essere paragonate ai 300 gol in carriera del fantasista; la conquista di Troia al pallone d’oro nel 1993; la perdita del cugino Patroclo al rigore sbagliato contro il Brasile. Una ferita che sanguina nel cuore di Baggio, non importa quanto tempo sia passato, resta la macchia su un perfetto lenzuolo bianco. L’addio al calcio come la morte del semi-dio . Entrambi lasciano quello per cui hanno combattuto di più; il sogno rincorso per metà della loro vita. Un sogno che per Baggio iniziava a Firenze, dove ha lasciato un pezzo di cuore e dove avrebbe voluto rimanere forse per sempre. Poi la Juventus, i tifosi viola scesi in piazza per opporsi. Il ritorno del “divin codino” a Firenze indossando la maglia del nemico: lì la grandezza dell’uomo e l’umiltà del calciatore si unirono nel rigore sbagliato volontariamente dallo stesso numero “10” per poi uscire dal campo e raccogliere fiori e sciarpe come se non fosse mai andato via . Poi la caduta dopo aver toccato il cielo; quel ginocchio che non l’ha mai lasciato andare, quel destino amaro che era lì dietro l’angolo. Quel pallone d’oro nel 1993; era tutta l’Italia ad essere con Roberto sul tetto del mondo. Lo era anche quando il fato o come denominato dallo stesso Baggio “Ayrton Senna” fece volare alto quel pallone in un afoso pomeriggio americano nel 1994.

Un uomo diventato un sentimento. La nostalgia calcistica incrocia la strada di Roberto Baggio. La sua figura scomparsa dal mondo del calcio. L’unico a non voler diventare allenatore, dirigente. La grandezza di Baggio è anche questa. Il suo addio al calcio rappresenta un voltare pagina non per lui, ma per noi. La sua aura divina avrebbe danneggiato qualsiasi cosa; peggio ancora se fosse stata la stessa aura a sfumarsi con il tempo, provocando indifferenza. Come un eroe di un vecchio racconto, sentiamo parlare di lui, lo immaginiamo mentre esulta dopo una corsa di 30 metri palla al piede, lo vediamo su vecchi filmati e quasi non riusciamo a comprenderne la naturalezza; lo amiamo perchè sentiamo il dovere di farlo. Perché ci piace pensare ” Ah, da quando Baggio non gioca più…. Non è più domenica “

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