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Team Principal Steiner: l’intervista svela un Manager esperto

Il Team Principal della Haas Gunther Steiner è diventato un personaggio dopo “Drive to Survive”, la serie di Netflix che lo ha reso famoso al grande pubblico. Gunther con la chiarezza che lo contraddistingue ha spiegato perché le squadre più piccole hanno un atteggiamento intransigente sul budget cap nei confronti dei top team e come ha rialzato le sorti della squadra Americana dopo un anno molto travagliato. Infatti nella scorsa stagione il team ha patito le intransigenze del rapporto difficile tra Mick Schumacher e Nikita Mazepin. Il pilota Russo è stato poi abbandonato dopo l’invasione Russa in Ucraina.


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Team Principal Steiner: il team Haas è in buoni mani

Durante il fine settimana di Miami all’uscita del paddock sostava costantemente un gruppo di giovani a caccia di autografi e selfie con i propri beniamini. Nulla di inedito, per chi conosce la F1. Al di fuori dei piloti, il più acclamato è stato di gran lunga Gunther Steiner, che è sempre lo stesso infatti negli anni il suo approccio non è mai cambiato, dai primi passi nel mondo dei rally fino alla prima avventura in Formula 1 con la Jaguar. Nel 2016 è tornato nel Circus con il progetto Haas, di cui è stato ispiratore, e da sette stagioni è al timone della squadra Statunitense. Non sono stati sei anni facili, con alternanza di risultati che hanno portato il team ad un passo dalla chiusura, ma il 2022 ha spazzato via le nubi. Sono tornati i risultati e la tranquillità finanziaria, capitalizzando anche il buon momento che sta vivendo la Formula 1, e Steiner oggi è un punto fermo sia nella gestione del team che nel difendere gli interessi della squadra. Ma andiamo alle parole di Gunther.

Ti aspettavi un inizio di stagione come quello che siete stati in grado di fare?
“Avevamo un dubbio: ce la faremo a rialzarci? Siamo tornati indietro al 2016, quando non tutti erano certi che ce l’avremmo fatta ad essere in pista con una buona macchina e, fino alla vigilia di questa stagione, in pochi erano pronti a scommettere che saremmo stati in grado di tornare a punti. Dopo la difficile stagione 2021 ci avevano ormai battezzato come l’ultimo team, cosa che ovviamente non ci faceva piacere e che ci ha stimolato a riscattarci, lo volevamo con tutte le nostre forze e ci siamo riusciti. Ora dobbiamo assestarci, commettiamo ancora qualche errore di troppo, ma credo che sia dovuto anche al periodo difficile che abbiamo attraversato, bisogna ritrovare la fiducia in noi stessi. Ma ce la stiamo facendo”.

Team Principal Steiner: il passato nella F1

Due gare fa, a Barcellona, siete stato l’unico team a non portare in pista degli upgrade sulla monoposto. Cosa ha determinato questa scelta?
“A Barcellona abbiamo portato delle piccole cose, e ci hanno subito additato come l’unico team che non era in pista con un upgrade, quindi destinato a tornare nelle retrovie, ma direi che non è stato così, anzi. Credo che molto spesso gli upgrade siano sopravvalutati, è una mia opinione, e a volte faccio fatica a sostenerla anche internamente alla squadra. Se ricordate, nel 2019 abbiamo portato un upgrade a Barcellona e da quel momento non abbiamo più capito nulla, le successive sei gare sono state molto difficili, e abbiamo terminato la stagione con la configurazione che avevamo utilizzato a Melbourne, nella tappa d’apertura”.

Proseguirete su questa linea?
“Non abbiamo ancora capito completamente la macchina, e se avessimo aggiunto altre novità probabilmente il processo di apprendimento si sarebbe complicato. Ed infatti, a Barcellona la monoposto è stata la migliore che abbiamo avuto a disposizione in questa prima parte di stagione, ed abbiamo solo portato dei piccoli rinforzi in alcuni punti in cui abbiamo verificato che era necessario. Ci tengo a sottolineare che se avessimo voluto avremmo potuto portare degli aggiornamenti, i soldi li abbiamo ma abbiamo preferito rimandare il tutto al GP di Francia”.

Team Principal Steiner: le parole su Magnussen

Passiamo a Magnussen. L’impressione dall’esterno è che sia tornato in Formula 1 un pilota molto più maturo di quello che l’aveva lasciata alla fine del 2020. È così?
“Non credo che prima fosse acerbo, ma è cresciuto. Ha 29 anni, è ancora giovane, e quando è tornato in squadra all’inizio di questa stagione l’abbiamo trovato molto più sicuro di sé stesso. Credo che nella precedente esperienza con noi convivesse con la paura di perdere il posto in Formula 1, ma dopo esserne effettivamente uscito, quella sorta di timore non c’è più. In più c’è un altro aspetto che credo non sia secondario: non è stato lui a cercare un volante, ma lo abbiamo chiamato noi, credo che sia un passaggio gratificante per un pilota professionista. Ovviamente ha giocato a suo favore anche il risultato molto importante che ha ottenuto nella gara del suo ritorno, in Bahrain, è diventato una sorte di eroe, ed oggi ha il cuore in pace, è a posto con sé stesso. Vedo un Kevin che comunica di più, è più sicuro nelle interazioni con la squadra, ma come pilota è uguale a prima”.

Magnussen ha confermato che la vostra monoposto può ambire alla zona punti, ma questo aspetto non ha giocato a favore di Schumacher, che a punti non c’è ancora andato. Che succede con Mick?
“I punti di Mick mancano alla squadra, ma anche a lui. In Formula 1 non ci si nasconde, l’unica cosa che conta sono i risultati e lo sa molto bene anche Mick: è cosciente delle aspettative che ci sono, perché se hai un compagno di squadra che macina punti lo devi fare anche tu, e se non lo fai diventa dura”.

Team Principal Steiner: come funziona la Haas?

Nella storia della Haas, in Formula 1, non c’è mai stata una propensione ad avere degli esordienti. È una valutazione corretta?
“Nei primi anni è stato così, non volevamo dei rookie. Ma alla fine del 2020 sapevo che avremmo affrontato un 2021 tutt’altro che facile, e dissi a Grosjean e Magnussen che alla fine anche loro non avrebbero avuto piacere ad essere con noi la stagione successiva. A quel punto abbiamo puntato a far crescere due giovani”.

La Haas ha sempre avuto una struttura diversa rispetto alle altre squadre, con vari dislocamenti. Come siete strutturati oggi?
“Avevamo un ufficio base in Dallara che vedeva operanti tra le 70 e le 100 persone, adesso ne abbiamo 30, mentre l’ufficio centrale è a Maranello dentro la GES”.

Come è maturata la scelta di Maranello?
“Tutto è nato dalla disponibilità di personale Ferrari in seguito ai tagli resisi necessari dal budget cap. Noi eravamo in una fase in cui l’impegno con la Dallara era diminuito, e avere del personale esperto e qualificato come quello Ferrari ci è sembrata una buona opportunità, cha abbiamo colto ad iniziare dal nostro attuale direttore tecnico, Simone Resta”.

Team Principal Steiner: il problema Paddock

Il tema del momento nel paddock è il budget cap. Recentemente i top-team hanno chiesto la disponibilità di un extra budget a causa all’aumento dell’inflazione, ma la vostra posizione è stata contraria
“I tre top-team stanno spingendo per ottenere un extra budget e, ipotizzando che questa proposta venga in qualche modo accettata, a cosa porterebbe? Mercedes, Red Bull e Ferrari porterebbero in pista uno o due aggiornamenti in più, che alla fine si annullerebbero a vicenda, e l’unico risultato sarebbe l’ampliamento del divario rispetto al resto delle squadre. Non era questa l’idea alla base del budget cap quando è stata proposto e votato. Anche noi, come azienda, siamo obbligati a risparmiare, abbiamo un budget che non possiamo superare, e se da una parte i costi aumentano dobbiamo risparmiare su altri fronti. Credo che funzioni in questo modo in tutte le aziende. Se un amministratore delegato non è in grado di affrontare e risolvere una situazione di questo tipo viene licenziato”.

C’è però un’apertura legata al fronte dei trasporti, una delle voci ci bilancio che è aumentata maggiormente
“Questo è un problema che si può affrontare, non vedo controindicazioni. I costi sono aumentati molto, ma nel caso dei trasporti il vantaggio è che gestisce tutto la Formula One Management, quindi loro hanno ben presente l’entità degli aumenti che ci sono stati negli ultimi mesi. Non vedo problemi nel concedere un extra budget su questo fronte, una cifra equivalente alla differenza tra la cifra messa a budget ad inizio anno e quello che è il costo reale che stiamo affrontando. Se poi nel 2023 le spese scenderanno, questo extra verrà rimosso o ridotto in base al calo dei costi”.

Team Principal Steiner: il budget cup

La posizione ferma nell’essere contrari a concedere altre deroghe da cosa deriva?
“Se saliamo a step dell’otto per cento a stagione, torneremo presto a superare i 170 milioni. Oggi nel regolamento c’è una soglia di inflazione del 3 percento sotto la quale non ci sono aumenti del limite di spesa. Quando si è ridiscusso il tetto di spesa in periodo Covid la prima proposta che fu fatta prevedeva un limite di spesa di 130 milioni, ma i top team fecero presente le loro difficoltà, chiedendo un passaggio progressivo per adeguare le loro strutture. L’allora presidente della FIA, Jean Todt accettò la proposta concedendo di partire da 145 milioni, ma in cambio ottenne un limite di inflazione minimo del 3 percento sotto il quale il budget non viene ritoccato. Quindi è stato un cambio merce, i primi anni si è partiti da 145 anziché 130. Credo che quello delle concessioni relative all’aumento della soglia di spesa sia un tassello molto delicato”.

Quindi confermi che il budget cap è effettivamente un passo avanti per le squadre nella seconda metà della griglia?
“Partiamo da un punto indiscutibile: in questa stagione alla quarta gara tutti i team avevano già conquistato dei punti nella classifica di campionato e credo che non accadesse da tempo. Il budget cap sta funzionando, e se verrà mantenuto lo spirito che ha portato all’introduzione di questo regolamento, il parco squadre si compatterà sempre di più. Però bisogna evitare di aprire i cordoni della borsa, altrimenti il tutto perde di significato”.

Se le squadre, ed in particolare i top-team, dovessero terminare gli sviluppi delle monoposto in coincidenza con la pausa estiva per i limiti di budget, sarebbe un danno per la Formula 1?
“Credo che interessi davvero poco al pubblico. E torniamo sempre al concetto precedente: se tutti sviluppano, alla fine i benefici si annullano, l’unico risultato sarebbe che i top-team allungherebbero il divario sul resto del gruppo. La forza lavoro si può sempre dedicare alla vettura del prossimo anno”.

Lo scorso anno con gli sviluppi bloccati in estate, le performance sono comunque migliorate. Come te lo spieghi?
“Non sono stato sorpreso, perché tutte le squadre si sono concentrate sulla conoscenza della monoposto, sulla gestione delle gomme e tanti altri aspetti. Quest’anno abbiamo una nuova generazione di pneumatici, e abbiamo ancora molto da imparare. Credo ci siano ampi margini di miglioramento anche senza sviluppi”.

Un altro tema caldo è quello del calendario. Anno dopo anno il numero di gare è progressivamente cresciuto. Che posizione hai su questo fronte?
“Non c’è la soluzione perfetta. La Formula 1 è nel pieno di un boom, e in parte è dovuto anche alla crescita del calendario. Liberty Media ha capito che questo campionato non deve avere un format di gara standard che vale per tutta la stagione, ovvero con uno stesso stile ed uno stesso programma in tutti i paesi in cui fa tappa. In passato l’unico weekend diverso dagli altri era quello di Monaco, mentre oggi ci sono più gara con una propria identità, direi che Miami ne è stato un esempio. Poi ci sono le identità storiche, che devono esserci, ma anche le novità, se ben fatte, devono essere accolte con positività. Credo che il grande cambiamento sia stato quello di andare incontro al pubblico, mentre in passato si cercava di vendere un modello che piaceva agli addetti ai lavori. Il risultato è l’avvicinamento di tanti giovani, di un nuovo pubblico, e se c’è tanta richiesta è giusto che si facciano più gare. Il limite? Quello in cui non ce la si fa più, e se in quel caso ci sarà comunque l’intenzione di continuare a crescere, bisognerà sedersi e capire se serve avere più personale, ma è ovvio che dietro a una scelta di questo genere devono esserci anche più entrare sul fronte finanziario. Oggi siamo un po’ al limite con questo modello di business, ma se ci chiedono di fare sempre più gare per gli stessi soldi non credo che saremmo favorevoli. Bisogna sedersi e valutare una soluzione che vada bene a tutti”.

Tu hai vissuto sulla tua pelle il boom di Netflix. Cosa ti ha fatto diventare così popolare tra coloro che hanno visto Drive to Survive?
“Mi è tuttora un po’ difficile da comprendere, perché non sono un attore, e non mi interessa neanche esserlo. La mia partecipazione alla serie si è limitata ad avere un microfono, per il resto ho fatto tutto come al solito, e ti dico non mi sono neanche rivisto quando è uscita la serie. Nell’ultima edizione una troupe di Netflix è venuta a trovarmi a Merano, e mi hanno organizzato un’escursione in montagna, ma non ho fatto nulla di diverso di una camminata che faccio di solito. Tornando alla domanda, forse è stata la spontaneità, è l’unica spiegazione che posso darmi, e aggiungo che alla Haas non abbiamo tante restrizioni, quindi le personalità delle persone emergono forse di più. Magari in altri team c’è un protocollo diverso da rispettare, a scapito della spontaneità”.

Nel 2020 è sembrato ad un certo punto che la squadra potesse passare di mano. C’è stata realmente questa possibilità?
“Beh, c’è stata la possibilità che la squadra chiudesse. Gene (Haas) mi aveva detto di non aver intenzione di vendere, e che se le cose non fossero andate nel modo giusto avrebbe chiuso il programma Formula 1. Non voleva cedere la squadra, ci hanno contattati in tanti, abbiamo avuto offerte ridicole ma anche serie, ma Gene non ha accettato. Adesso è un’altra storia, per fortuna e posso dire che la Haas ci sarà ancora per tanto tempo, ne sono certo”.

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