Il 4 Maggio 1949 in in incidente aereo avvenne la tragedia di Superga, in cui morirono tutti i componenti di una squadra che ha scritto delle pagine memorabili nello sport Italiano.

Questa squadra era il Grande Torino, e il suo Capitano, Valentino Mazzola, era il simbolo di un calcio genuino, dove c’era solo pura passione e sacrificio.

Un uomo rispettoso, corretto e gentile, che ha fatto parte di un’altro tipo di calcio Italiano.

Caratteristiche Tecniche di Valentino Mazzola

Valentino Mazzola era un trascinatore, un calciatore moderno nella concezione del gioco e considerato da alcuni il più completo nella storia del calcio italiano.

Dotato di capacità atletiche fuori dal comune, tra queste spiccavano velocità e resistenza.

Enzo Bearzot l’ha accostato, per le sue caratteristiche, ad Alfredo Di Stéfano, pur ritenendolo di levatura inferiore.

Operava praticamente ovunque: essendo forte nei tackle, era utile in difesa in fase di recupero.

Impostava le azioni, giocando un gran numero di palloni, cercandoseli in tutto il campo, e spesso le concludeva.

Esclusa la sua esperienza come ala, all’inizio della sua carriera nella squadra dell’Alfa Romeo, i ruoli in cui fu impiegato maggiormente sono quelli di mezzala sinistra, interno e attaccante.

Occasionalmente occupò anche la posizione di terzino, con risultati di tutto rispetto, di mezzala destra e di mediano.

Valentino Mazzola una volta giocò anche in porta

Gli capitò anche di venire spostato tre volte nella stessa partita, partendo da mezzala per poi giocare da mediano, da terzino e infine terminare la gara al centro dell’attacco, tale era la sua versatilità.

Nei minuti finali di una partita contro il Genoa, valevole per la 39 giornata della stagione 1947-1948 e vinta per 2-1, giocò addirittura in porta.

A causa dell’espulsione di Valerio Bacigalupo, producendosi peraltro in un buon intervento che contribuì a mantenere il Torino in vantaggio.

Le parole di Giampiero Boniperti su Mazzola

«Ancora adesso se debbo pensare al calciatore più utile ad una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelé, a Di Stéfano, a Cruijff, a Platini, a Maradona: o meglio, penso anche a loro, ma dopo avere pensato a Mazzola.»

(Giampiero Boniperti, 1989)

Di corporatura robusta, sapeva combattere in campo.

Era proprio nei terreni pesanti, anche quando il campo si presentava in condizioni estreme, che, grazie alla sua forza fisica, riusciva a fare valere la sua attitudine pugnace.

Anche se non amava esibirsi in virtuosismi, era capace, inoltre, di imporsi negli spazi stretti, disponendo di una tecnica individuale e di un palleggio raffinati.

Tra le sue diverse doti tecniche spiccavano l’ambidestrismo e un tiro di rara potenza, nella cui esecuzione al volo e nei calci di punizione era specializzato.

Sauro Tomà, suo compagno non coinvolto nella tragedia di Superga, asserì che la singolarità del suo tiro consisteva nel saper colpire di collo pieno.

Mentre, per Giampiero Boniperti, «calciava talmente bene con entrambi i piedi che non era possibile stabilire se fosse un destro oppure un mancino».

Altre sue peculiarità erano il dribbling e la fantasia.

Nonostante la sua statura non fosse notevole, era un buon colpitore di testa e abile nel gioco aereo, potendo contare su un’ottima elevazione.

La vita privata di Valentino Mazzola

Valentino Mazzola nasce a Cassano d’Adda, nel Ricetto, un quartiere di case dimesse.

La sua famiglia era molto modesta.

Il padre Alessandro era operaio all’ATM e morì nell’agosto 1940 investito da un camion.

La madre si chiamava Leonina Ratti, mentre i nomi dei suoi quattro fratelli erano Piero, Silvio, Carlo e Stefano.

Ebbe un’infanzia disagiata, nel 1929, a causa della Grande depressione, il padre fu licenziato, così Valentino, per aiutare la famiglia, cominciò a lavorare l’anno seguente.

Quando aveva appena terminato la prima classe della scuola di avviamento, trovando impiego prima come garzone di un fornaio, poi, a quattordici anni, al linificio di Cassano d’Adda.

Il Grande gesto di Valentino Mazzola

Nell’estate 1929, all’età di dieci anni, gettandosi nelle acque del fiume Adda, salvò la vita a un suo compaesano di quattro anni più giovane che stava annegando.

Si trattava di Andrea Bonomi, futuro calciatore e capitano del Milan.

Tifoso juventino in giovane età, era soprannominato Tulen per l’abitudine di prendere a calci le vecchie latte: era solito farsi tutto il tragitto di andata e di ritorno tra casa e linificio calciandone una.

Quando giocava nella squadra del suo quartiere, il Tresoldi, venne notato da un suo compaesano appassionato di calcio.

Che lavorava come collaudatore allo stabilimento dell’Alfa Romeo di Milano, grazie al quale ottenne un posto nella squadra aziendale e un nuovo lavoro da meccanico.

Nel 1939 venne chiamato alle armi nella Regia Marina, destinazione la Capitaneria di Porto di Venezia.

Passò qualche mese in nave, a bordo del cacciatorpediniere Confienza, e successivamente venne spostato alla Compagnia del Porto.

A Venezia conseguì la licenza elementare, frequentando una scuola serale.

I due matrimoni di Valentino Mazzola

Il 15 marzo 1942 si sposò con Emilia Ranaldi, dalla quale ebbe due figli, entrambi calciatori.

Sandro, che militò nell’Internazionale e in Nazionale, e Ferruccio (il cui nome fu scelto in onore dell’allora presidente del Torino Ferruccio Novo), nati rispettivamente nel 1942 e 1945.

A Torino viveva in un piccolo appartamento in via Torricelli 66.

Lavorando al Lingotto e facendosi segnalare dalla FIAT come operaio fondamentale alla produzione bellica, non partecipò direttamente alla seconda guerra mondiale.

Anche se i loro stipendi erano molto buoni, se non ritenuti esagerati, rispetto alle paghe normali, all’epoca i calciatori non erano considerati ufficialmente professionisti e svolgevano altre attività.

Nel periodo successivo alla guerra Mazzola a Torino aveva un negozio di articoli sportivi, dove vendeva soprattutto palloni che fabbricava personalmente.

Valentino Mazzola, che si definiva certosino, conduceva una vita ritirata, anteponendo il calcio a tutto il resto.

Era una persona riservata, chiusa e di poche parole.

Il suo massimo svago era qualche partita alla bocciofila vicino a casa.

Aveva l’abitudine di annotarsi tutto, sia per quanto riguardava la vita professionale che la sfera privata.

Era molto rigoroso e meticoloso negli orari ed esigeva lo stesso trattamento dagli altri.

Fu questo il motivo principale del distacco dalla prima moglie, che non era più disposta ad attenersi a una ferma disciplina.

Separatosi nell’autunno 1946, il 20 aprile 1949 sposò nel municipio di Vienna la diciannovenne Giuseppina Cutrone, aspirante miss.

Il 4 maggio 1949, pochi giorni dopo le sue seconde nozze, perì nella tragedia di Superga, sciaguratamente, come egli stesso pensava che sarebbe morto a causa della guerra o per una disgrazia.

Un terribile segno del destino, considerata la sua paura di volare.

Valentino Mazzola biografia

Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26 gennaio 1919 – Superga, 4 maggio 1949) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante e centrocampista.

Considerato tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio e, secondo alcuni, il miglior calciatore italiano di tutti i tempi.

Mazzola fu capitano e simbolo del Grande Torino, la squadra riconosciuta come una delle più forti al mondo nella seconda metà degli anni 1940.

Con cui vinse cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia, e capitano della Nazionale italiana per un biennio.

Si fece conoscere durante il periodo di militanza nel Venezia, allorché iniziò a giocare da mezzala sinistra, posizione che conservò per tutta la sua carriera.

E che gli consentì di espandere la sua fama oltre i confini italiani, al punto di venire considerato, nelle sue ultime stagioni, il più forte d’Europa nel suo ruolo.

Morì all’età di 30 anni nella tragedia di Superga.

L’ultima partita e la tragedia di Superga

Il 1º maggio, i granata volarono a Lisbona per disputare il 3 maggio un’amichevole contro il Benfica.

La partita finì 4-3 per i lusitani, partita praticamente organizzata da Mazzola per l’addio al calcio dell’amico Francisco Ferreira, capitano della Nazionale portoghese.

I due si erano conosciuti il 27 febbraio, quando l’Italia aveva battuto il Portogallo 4-1 a Genova.

Nel dopopartita, in un ristorante, Ferreira e Mazzola avevano discusso della partita che il Benfica avrebbe dedicato al portoghese, il cui incasso gli sarebbe stato donato come riconoscimento.

Si sarebbe dovuto combinare un’amichevole di spessore, per attirare molti spettatori, e Mazzola gli aveva promesso il suo impegno affinché l’avversario fosse proprio il Torino.

La partenza di Mazzola con il gruppo era molto incerta per via delle sue non ancora perfette condizioni di salute e qualche quotidiano aveva riportato la notizia del suo forfait.

Ma il capitano granata, invece, aveva mantenuto la promessa.

Nel pomeriggio del 4 maggio, durante il viaggio di ritorno, in condizioni di scarsa visibilità per una nebbia fitta, il Fiat G.212 che trasportava la squadra, i dirigenti e i giornalisti si schiantò alle ore 17:03 contro il muro della Basilica di Superga.

Provocando la morte istantanea di tutte le trentuno persone a bordo.

Al riconoscimento dei corpi, svoltosi nella tarda notte, contribuì Vittorio Pozzo.

I funerali, a cui parteciparono oltre mezzo milione di persone, si tennero il 6 maggio.

Le salme furono portate a Palazzo Madama, da dove partì il corteo, proseguito fino al Duomo.

Lo stesso giorno la FIGC proclamò il Torino campione d’Italia, a quattro giornate dal termine, approvando la proposta di Inter, Milan e Juventus.

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