Era nell’aria. Si sentiva l’odore acre di qualcosa. Si, Joseph Bartomeu si è dimesso dalla cattedra di presidente del Barcellona dopo circa sei anni di attività. Anni da un certo punto di vista sereni, ma è innegabile che il Barça abbia vissuto nell’incertezza. Soprattutto per l’instabilità che si respirava spogliatoio. Arrivato alla presidenza il 23 gennaio 2014, dopo le dimissioni di Sandro Rosell, costretto ad abbandonare dopo il “caso Neymar”, Bartomeu ha portato a casa un bilancio positivo: quattro Liga, quattro Coppe del Re, due Supercoppe Spagnole, una Champions League, un Mondiale per club e una Supercoppa Europea. Per un totale di tredici titoli, tra cui l’ultimo triplete; ma ha lasciato tante amare delusioni alla popolazione della Catalogna che ama il Barça come la sua stessa vita.

Quali sono i punti negativi della presidenza Bartomeu?

Un bilancio positivo, se guardato da un punto di vista di “campo”, ma le vere pecche della sua presidenza riguardano la capacità di non costruire uno spogliatoio sereno. Spaccature interne che hanno generato sempre più malcontenti, tra cui quello più noto di Lionel Messi dopo la debacle contro il Bayern Monaco. Malumori costanti di un pubblico, quello caldo e identitario della Catalogna, che capiva cosa accadeva.

Barcellona nel caos: Bartomeu vicino all’ addio

Poi il caso delle sanzioni FIFA, quelle senza alcun dubbio hanno lasciato una traccia indelebile nel malcontento popolare della presidente Bartomeu. Nel gennaio 2015 Andoni Zubizarreta si è dimesso dopo la crisi della sconfitta dell’Anoeta contro la Real Sociedad. La colpa del dirigente era legata alle sanzioni che hanno lasciato il Barça senza mercato per due finestre.

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Jordi Alba in un contrato di gioco nella sfida Barcellona-Real Sociedad del 2015

Nemmeno sul fronte della guida tecnica si può dire Bartomeu che abbia brillato. Il Tata Martino, Luis Enrique, Valverde, Quique Setién e Ronald Koeman: cinque nomi discussi e, per molti, non da Barcellona. Se i primi tre hanno portato a casa titoli, non si può dire lo stesso di Setièn. Un fallimento sportivo in tutto e per tutto, in grado di sbagliare nonostante il tasso tecnico a disposizione.

Infine, il mercato. Un capitolo fondamentale del fallimento di Bartomeu. Alcuni nomi? Dembelè (105 milioni), Coutinho, (160 milioni), Paulinho (40 milioni), Andrè Gomes (35 milioni), Paco Alcacer (30 milioni), Umtiti, (25 milioni) Arda Turan (34 milioni) e via via discorrendo. Una serie di errori di valutazione a dir poco clamorosi che hanno lasciato un buco nero nelle finanze del Barcellona.

Il Caso Messi

Per concludere in bellezza il suo trascorso in Catalogna, ci mancava solo la grana Messi. Quella più importante perché si parla del calciatore simbolo del club e, per molti, il più grande della storia del calcio. I sistematici fallimenti europei avevano lasciato nella Pulce una quasi riluttanza per il suo presidente, esplosa se vogliamo nella notte dell’8-2 contro gli alieni del Bayern versione 2020. In quel frangente i malcontenti di Messi sono fuoriusciti come gli atomi di una bomba ad idrogeno. E che esplosione è stata. Dichiarazioni, interviste, minacce di abbandono, Inter e City pronte a sborsare l’inverosimile. Ne abbiamo viste di cotte e di crude ma alla fine il numero 10 è rimato a casa sua, ma solo per un anno e per motivi perlopiù contrattuali. E proprio in quell’anno Bartomeu ha deciso di dimettersi. Coincidenze?

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