George Best è nato il 22 maggio 1946.

«Ho speso un sacco di soldi per alcool, donne e macchine veloci… tutti gli altri li ho sperperati». Si riassume in questa sua storica citazione la vita di George Best, stella del calcio internazionale, autentico genio in campo che però ha avuto un’esistenza a dir poco sregolata, fatta di eccessi che quasi certamente non gli hanno permesso di arricchire ulteriormente un palmarès già ricco di successi personali e di squadra. L’attaccante nordirlandese nasce a Belfast il 22 maggio 1946, ed oggi avrebbe compiuto 74 anni se la morte non lo avesse colto il 25 novembre 2005.

Si tratta di un campione molto diverso da quelli attuali che ovviamente sono impeccabili sotto il profilo atletico, caratteristica che abbinano ad indiscutibili doti tecniche innate. George Best negli anni ’60-’70 è stato l’incarnazione della fantasia e della classe cristallina che gli hanno permesso di entrare di diritto nel novero dei più grandi campioni della storia del calcio. Il suo mito lo porta dai quartieri popolari di Belfast ai trionfi con la maglia del Manchester United in Coppa dei Campioni e in Premier League, conquistando anche un Pallone d’Oro. E qui si inserisce la controversia del carattere dell’attaccante del Regno Unito.

George Best con la maglia del Manchester United.

La fama lo spinge a vivere come una sorta di divinità tra lussi, eccessi e sregolatezza. Nonostante ciò, soprattutto nelle fasi iniziali della sua ascesa, non risente di questa vita poco consona ad un atleta, di cui però comincia a pagarne le conseguenze qualche anno dopo. E così la leggenda del Manchester United non ha potuto certamente beneficiare di un numero ancora maggiore di vittorie e soddisfazioni che un campione come lui avrebbe meritato. Una sorta di «poeta maledetto» del calcio di tutti i tempi.

George Best: ascesa e declino del campione del Manchester United

George Best viene calcisticamente scoperto da Bob Bishop, storico osservatore del Manchester United in Irlanda del Nord, il quale lo segnala subito all’allora allenatore Matt Busby. Questi, dopo averlo visto all’opera, si rende conto di trovarsi di fronte ad un fuoriclasse che però non può essere limitato nella logica degli schemi e del gioco di squadra, infatti consiglia ai colleghi del settore giovanile: «Non insegnategli niente, non modificate il suo stile di gioco, lasciate che lo sviluppi come gli viene naturale, lui è speciale».

Pelè good, Maradona better, George Best

Il tecnico scozzese ha ragione: anche se fisicamente può apparire un po’ gracile e magari più «leggero» rispetto ad altri giocatori, il giovane esterno d’attacco spicca fin da subito per le sue qualità innate: velocità, estro, tiro preciso e una capacità incredibile di saltare gli avversari nell’uno contro uno. Esordisce in prima squadra quando non è ancora maggiorenne, e da quel momento diventa titolare inamovibile dei Red Devils.

Dopo appena due anni dal salto nel calcio professionistico, George Best vince la Premier League con il Manchester United, e si ripete dopo altre due stagioni. Quindi arrivano due Coppe di Lega nel 1965 e 1967, ma l’apoteosi arriva nel 1968 quando conquista la Coppa dei Campioni battendo in finale il Benfica di un altro mito, Eusebio. La gara si conclude sul risultato di 1-1 al termine dei tempi regolamentari: nei supplementari, è proprio l’asso di Belfast a portare in vantaggio i Red Devils, aprendo di fatto le danze al conclusivo 4-1. E al termine della stagione arriva anche il Pallone d’Oro, con il campione dell’Irlanda del Nord che riesce a batteri avversari di livello quali il compagno di squadra Bobby Charlton, Beckenbauer, Rivera e proprio Eusebio.

George Best vince la Coppa dei Campioni nel 1968.

George Best ha appena 22 anni ma è già diventato l’idolo dei tifosi dello United, amato anche da tutti gli appassionati di calcio e idolatrato dall’Irlanda del Nord. Ed è qui che subentra la sua tendenza verso una vita fatta di eccessi: ricco e famoso, si circonda di donne bellissime e purtroppo comincia ad accedere con l’alcool. Siccome la sua popolarità e le sue abitudini lo avvicinano molto a quelle delle rockstar senza freni, viene definito il quinto Beatles anche per la sua tipica capigliatura a caschetto.

Dopo la stagione magica del 1967-1968, continua a dare spettacolo ma non vince altri trofei con i Red Devils. Quando nel 1974 si trasferisce allo Stockport, nonostante sia ancora giovane inizia la sua parabola discendente, causata anche dalla dipendenza dall’alcool: gioca in Scozia e negli Stati Uniti, va in Australia e nella sua Irlanda del Nord, ma si tratta di un calcio minore che non gli consente più di emergere, con l’unica eccezione di una parentesi nemmeno troppo fortunata al Fulham. Si ritira nel 1984.

Da quel momento è costretto a combattere di continuo con l’abuso di sostanze alcoliche e con diversi problemi di salute: nel 2000 viene ricoverato per danni al fegato e nel 2002 viene sottoposto a trapianto. Il 2 ottobre 2005 finisce in terapia intensiva presso una clinica privata di Londra in seguito ad una grave infezione ai reni: riesce a dare qualche piccolo segnale di ripresa, ma intorno alla fine del mese la situazione peggiora di nuovo. Il 20 novembre autorizza il tabloid britannico News of the World a pubblicare una sua foto nel letto di ospedale, accompagnata da quelle che poi saranno le sue ultime parole: «Non morite come me». Si spegne il 25 novembre 2005 per un’infezione epatica. Al suo funerale prendono parte più di centomila persone, a dimostrazione della sua immensa leggenda.

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