Usa: nessuna punizione per proteste pacifiche degli atleti.

È svolta in USA sulla questione delle proteste pacifiche degli atleti durante competizioni ufficiali. Il 10 dicembre è arrivata un’importante comunicazione dal Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti (USOPC) che ha stabilito che non ci sarà più alcuna sanzione per gli sportivi che manifesteranno il proprio dissenso in modo civile. Si tratta di una decisione presa per fornire un valido supporto all’impegno del Team USA Council on Racial and Social Justice che ha chiesto la modifica delle vecchie norme che ancora fanno parte del regolamento del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e del Comitato Paralimpico Internazionale (CPI).

Ancora oggi, infatti, è in vigore l’articolo 50 della Carta olimpica del CIO che recita: “Nessun tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale è consentita in qualsiasi sito olimpico, luogo o altra area”. Un contenuto simile si trova anche nella sezione 2.2 del manuale IPC. Nel gennaio del 2020, la Commissione Atleti del CIO si è espressa sull’argomento, chiarendo che anche se sostiene la libertà di espressione, ritiene comunque che “gesti di natura politica” debbano essere vietati nel corso delle competizioni sportive. Queste azioni non dovranno verificarsi nei seguenti luoghi: campo di gioco, Villaggio Olimpico, durante la consegna delle medaglie e nel corso delle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi olimpici.

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Usopc: nessuna punizione per i gesti di protesta civile.

Diverso, invece, il punto di vista del Team USA Council on Racial and Social Justice sulle proteste pacifiche degli atleti olimpici e paralimpici. L’ente ha sottolineato che costringere gli sportivi a restare in silenzio durante gli eventi fa cadere il principio secondo cui l’essere umano ha la priorità rispetto all’atleta. Ha aggiunto, inoltre, che proibire di esprimere le proprie opinioni, soprattutto quando si tratta di coloro che appartengono “a gruppi storicamente sottorappresentati e minoritari” rappresenta una forma di “disumanizzazione degli atleti” che non rispecchia i valori di base di Olimpiadi e Paralimpiadi.

Stati Uniti: nessuna penalità in caso di proteste pacifiche degli sportivi

Il Consiglio statunitense continua a portare avanti la sua battaglia per convincere il CIO a rivedere la norma che vieta qualsiasi gesto dimostrativo agli sportivi durante i tornei ufficiali. L’istituzione ha evidenziato infatti che quando ci sono delle proteste pacifiche in difesa dei diritti umani o per la giustizia sociale non si tratta di manifestazioni che “creano divisioni”.

Manifestazione anti-razzismo prima del GP di Gran Bretagna

Infine ha ricordato che queste tematiche non hanno nulla a che fare con la politica, dunque è necessario cambiare delle regole che, pur di difendere il principio della “neutralità dello sport”, vanno a penalizzare gli atleti intesi come persone. A questo punto ci si chiede come reagirà il Comitato Internazionale Olimpico di fronte a queste esternazioni, a partire dalle prossime Olimpiadi che si terranno a Tokyo.

Il CIO per adesso non ha cambiato la regola sui gesti di protesta degli sportivi.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno accolto le motivazioni del Team USA Council on Racial and Social Justice e di conseguenza l’USOPC ha comunicato che non ci saranno più sanzioni per gli atleti che in maniera pacifica vorranno fornire il proprio sostegno alla lotta contro qualsiasi forma di ingiustizia sociale e razzismo. L’amministratore delegato del Comitato Olimpico e Paralimpico americano, Sarah Hirshland, ha affermato che l’ente considera le voci degli sportivi come una “forza positiva per il cambiamento”.

Gli atleti puniti nella storia per i loro gesti di protesta

Nella storia dei Giochi Olimpici e Paralimpici ci sono stati diversi esempi di partecipanti che, prima o dopo una gara, si sono resi protagonisti di proteste pacifiche che poi sono state sanzionate. Ad esempio, durante i Giochi Panamericani del 2019 Gwen Berry quando è salita sul podio per ricevere la medaglia d’oro per il lancio del martello ha chinato la testa e ha alzato il pugno al cielo. Stesso discorso per Race Imboden, schermidore statunitense, che quando nello stesso anno ha primeggiato ai Giochi Pan Am si è messo in ginocchio. Entrambi hanno voluto così dimostrare la loro vicinanza alla battaglia contro le discriminazioni razziali. I due sportivi però sono stati sanzionati con 12 mesi di libertà vigilata.

Berry punita per proteste pacifiche
Gwen Berry fu sanzionata per la sua protesta civile.

Andando ancor più indietro nel tempo, nel 1968 furono i velocisti americani Tommie Smith e John Carlos a fare scalpore. Quando furono premiati in seguito alla gara dei 200 metri maschili a Città del Messico, durante l’esecuzione dell’inno nazionale alzarono il pugno. Questo era definito il saluto del Black Power, ma po Smith nella sua autobiografia ha rivelato che dietro il suo gesto c’era molto di più: la difesa dei diritti umani. Tutti e due all’epoca dei fatti vennero espulsi dalle Olimpiadi.

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