Indycar 1989
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Benvenuti a Once Upon a Time, la rubrica che aiuta a combattere la nostalgia delle corse made in USA. Ogni lunedì e martedì rivivremo le stagioni della IndyCar e della NASCAR, in attesa che i campionati di quest’anno sventolino la bandiera verde. Il lunedì è dedicato alle ruote scoperte, il martedì alle ruote coperte. Oggi cominciamo con la stagione IndyCar del 1989.

La stagione Indycar 1989 vede il dominio di Penske e Chevrolet. Il team di patron Roger è all’epoca anche costruttore, attraverso la fabbrica inglese che adottava per il programma di F1. Chevrolet, invece, si fa costruire i motori dalla Ilmor, che è di proprietà di Penske al 25%. Manca giusto la ciliegina a questa dolcissima torta, e cioè il titolo team. Infatti, Penske trionfa come costruttore e come motorista (in parte), ma la scuderia che si fregia del titolo è il Patrick Racing, che ha come pilota Emerson Fittipaldi. Tutto avviene in circostanze bizzarre: il team owner Pat Patrick annuncia il ritiro a fine stagione, e Penske in segno di rispetto gli affida la nuova e performante PC-18, con il motore Chevy ultima evoluzione. Un’arma a doppio taglio, ma neanche troppo: che sia da team o da produttore, a Roger basta vincere!

la stagione IndyCar 1989 per Fittipaldi comincia in sordina. A Phoenix, la prima delle 15 gare del calendario, il brasiliano sbatte nelle prove e distrugge l’unica PC-18 che ha in dotazione. Deve disputare la gara con la PC-17 dell’anno prima, ma riesce comunque a terminare quinto. Rick Mears, specialista degli ovali, domina dall’inizio alla fine.

Il momento di Emmo arriva alla 500 miglia di Indianapolis, terza gara della stagione. Nelle ultime tornate il paulista deve difendere la leadership da un arrembante Al Unser Jr. A quattro giri dalla fine il figlio d’arte prende il comando ma rimane imbottigliato nel traffico dei doppiati. Fittipaldi ne approfitta per ripassarlo. A due tornate dalla conclusione, i due pretendenti si ritrovano “side by side”, a lottare per il trofeo più importante della stagione. Un contatto tra ruote spedisce Little Al a muro. Per Emerson è l’apoteosi.

Fittipaldi centra altre due vittorie consecutive. A Detroit, sul cittadino “preso in prestito” dalla F1 recupera da un contatto con Mario Andretti e vince d’autorità. Replica poi a Cleveland, sempre contro Andretti che è penalizzato da una sosta ai box non eccelsa da parte del team Newman-Haas. Emmo vince in totale cinque corse, ma Mears mantiene viva la lotta iridata grazie alla continuità (11 top ten su 15 gare). A Laguna Seca, round finale del campionato, Rick torna a trionfare su uno stradale per la prima volta dal 1982. Ma ad Emmo basta un quinto posto per aggiudicarsi il suo primo titolo nella serie americana.

Detto di Mario Andretti, “Piedone” vive un 1989 avaro di soddisfazioni. Non vince nemmeno una gara, ed è spesso coinvolto in situazioni spiacevoli. A Long Beach è speronato da Al Unser jr mentre era in testa, a Toronto si sfiora addirittura la tragedia, quando centra in pieno rettilineo la March di Roberto Guerrero rimasta ferma in mezzo alla pista.

Il giovane Unser, proprio come il vecchio Andretti, è un protagonista mancato di questa Indycar 1989. Il talento di Albuquerque si vede scappare il trionfo a Indy, quando il mese prima aveva fatto sua la gara di Long Beach. Ancora più deluso Danny Sullivan, pilota di punta di Penske e detentore del numero 1. L’americano del Kentucky viene surclassato da Mears tutto l’anno, e come se non bastasse, a Indianapolis si schianta nelle prove e si frattura un avambraccio. Danny è costretto a saltare due gare. Al suo rientro a Pocono ricorda a tutti di essere il campione in carica, con un successo perentorio al “Tricky Triangle”.

L’altro Andretti, Michael, tiene alto l’onore della famiglia. Approdato nel team del papà come compagno di squadra, il rampollo della dinastia più famosa del motorsport riporta la scuderia della stella di Hollywood Paul Newman al trionfo in due gare consecutive, Toronto e la Michigan 500. Questi due successi, unito a quello di Bobby Rahal sul bizzarro cittadino di Meadowlands alle porte di New York, sono le uniche del motore Cosworth in questa stagione. Il motore DFS, evoluzione del leggendario DFV, è troppo datato per competere con il moderno Ilmor-Chevrolet.

C’è tanta Italia nella IndyCar del 1989. Teo Fabi è il massimo rappresentante della pattuglia tricolore, e della Porsche. Dal 1986 la casa di Weissach tenta la fortuna nella categoria come motorista, sviluppando un V8 turbo appositamente per queste gare. Dopo tante delusioni Fabi riesce a mostrare il potenziale del pacchetto, con quattro podi e la vittoria a sorpresa a Mid-Ohio. Porsche riesce a far funzionare il poco competitivo telaio March, cosa che non riesce ad Alfa Romeo. Il Biscione segue la stessa strada dei tedeschi, ma i risultati stentano ad arrivare. L’unico raggio di sole viene da Detroit, dove Guerrero conclude ottavo grazie ad una grande rimonta dalla 22esima casella.

Statistiche del campionato: https://www.racing-reference.info/yeardet/1989/R

Indianapolis 500 2020 rinviata ad agosto: https://sport.periodicodaily.com/indianapolis-500-2020/

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