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Nessuno ci credeva. Chi conosce bene la famiglia Hulman era sicuro che non avrebbero mai venduto l’Indianapolis Motor Speedway, il gioiello della loro personale corona. Quando due settimane fa, è arrivato l’annuncio dell’acquisto dello Speedway e della Indycar da parte di Roger Penske, tutti sono rimasti sbigottiti: nessuno nell’ambiente avrebbe mai immaginato niente del genere. Ma come si è arrivati a questo punto?

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Pubblicato da Indianapolis Motor Speedway su Martedì 5 novembre 2019
Da sinistra: Roger Penske e Tony George.

Capitano delle corse (e del business)

Prima di rispondere a questa domanda, occorre conoscere meglio il nuovo padrone dello Speedway e della IndyCar. Originario dell’Ohio, ma residente a Detroit, Roger Searle Penske è uno che sul motorsport la sa lunga. Dopo aver iniziato come pilota, nel 1965 fonda il suo team e debutta nella Trans-Am, campionato di GT in cui gestisce i programmi ufficiali di Chevrolet e American Motors. Debutta alla 500 miglia di Indianapolis nel 1969, vincendola tre anni dopo con Mark Donohue. The Capitain visiterà la Victory Lane altre diciassette volte, diventando il manager più vittorioso della storia del “Greatest Spectacle in Racing”. A questi successi si aggiungono quelli della Can-Am, con la Porsche 917 e Donohue, la NASCAR con Ford e piloti del calibro di Rusty Wallace e Joey Logano, e persino un Gp in F1, quello dell’Austria 1975 con John Watson. Roger ha corso nella massima formula come costruttore fino al 1977.

In totale, Penske ha ottenuto più di 500 vittorie.

Oltre alle corse, Capitan Roger è titolare di un vero e proprio impero finanziario. La Penske Corporation opera nei campi più disparati del mondo automotive: concessionarie, noleggio e acquisto mezzi pesanti, ricambi, ammortizzatori, logistica, ricerca e sviluppo, assistenza. Inoltre, siede nel consiglio di amministrazione della General Eelctric.

Le sfide economiche

Torniamo alla domanda di prima: perché gli Hulman hanno venduto? Sebbene i diretti interessati abbiano smentito, sembra probabile che al gruppo servissero soldi. Già lo scorso maggio, la vendita della Clabber Girl, fabbrica di lieviti che era di loro proprietà fin dal 1899, aveva fatto rumore. Forse, è mancata anche la motivazione a continuare un business che richiede sempre idee nuove. Idee che forse non hanno più. Di qui la decisione di cercare un compratore: è stata proprio la famiglia, infatti, a contattare Penske. Non senza mal di pancia: Tony George, figlio di Mari, ha dichiarato che hanno tenuto l’attività “finché hanno potuto“, ma che ora è giunto il momento di lasciare. Non ha nascosto l’emozione nel pronunciare tali parole.

Dal punto di vista societario, si è deciso al momento di mantenere lo status quo. Mark Miles rimane come CEO della IndyCar e di Indianapolis, così come Jay Frye resterà al vertice delle operazioni sportive. Entrambi dovranno stilare un decalogo per indicare i punti su cui lavorare. E’ curioso notare come, durante la conferenza stampa, Penske abbia pronunciato più volte la parola “entertainment”, cioé intrattenimento. Non c’è solo la IndyCar nel futuro di Indianapolis targato Penske, ma anche concerti, eventi, iniziative, alberghi…insomma, turismo.

Le sfide sportive

Parlando dell’aspetto puramente sportivo, la IndyCar vive da anni una situazione di stallo. Gli anni della crisi post-separazione sono alle spalle, ma ormai lo scettro di massima categoria USA è ben lontano dall’essere riconquistato. La convivenza con la NASCAR è difficile, essendo che la federazione di stock car ha di fatto fagocitato l’intero spazio, soprattutto nelle corse sugli ovali. Magari, un accordo di mutuo scambio potrebbe essere di aiuto ad entrambe le parti. Questa è una possibilità di cui Penske ha parlato esplicitamente nella conferenza stampa, insieme ad altri progetti presenti e futuri.

C’è poi la questione del conflitto d’interessi. Penske è un competitor della IndyCar, e adesso si occupa anche di scrivere le regole. I rivali più grandi come Ganassi e Andretti si sono detti entusiasti della nuova proprietà, ma quando questa inizierà ad agire ed a mettere a frutto il suo programma, è possibile che si arrivi allo scontro politico. Specie se questo dovesse comportare dei cambiamenti radicali nella gestione della serie, da sempre tradizionalista. Molte decisioni del passato, infatti, sono state prese proprio per non scontentare i team.

Infine, c’è il rilancio della pista e del campionato. La 500 miglia Indy va ancora alla grande, ma paga ancora le scelte sbagliate fatte negli ultimi vent’anni. La separazione IRL/CART ha di fatto dilapidato la base dei fan, oltre che milioni di dollari. Ora, per recuperare il terreno perduto, il Capitano pensa di chiedere proprio ai tifosi cosa ne pensano, sulla falsariga di quanto sta facendo Liberty Media con la F1. Un’idea potrebbe essere quella di dotare il catino di un’impianto d’illuminazione, per permettere le gare in notturna. Potrebbe essere un modo per ampliare la partnership con la NASCAR (se mai si farà), o per ospitare altri campionati. Magari far ritornare la F1…

Alla luce di tutto ciò che è stato detto e sentito, l’acquisizione della IndyCar da parte di Penske rappresenta un cambiamento epocale per la serie americana di monoposto: da una gestione ordinaria, fatta soprattutto badando al risparmio, si passerà ad una più manageriale, dove regneranno le analisi di mercato, i sondaggi, gli investimenti e forse anche un pizzico di coraggio. Forse non se n’è accorto ancora nessuno, ma l’IndyCar è entrata in una nuova era.

Il mercato piloti IndyCar: https://sport.periodicodaily.com/indycar-2020/

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